Joe McDonnell, garanzia maori per il progetto Monti

ROVIGO – Joe McDonnell è l’anima e l’uomo-simbolo della Monti Rugby Rovigo Junior. Coordinatore responsabile del progetto giovanile e “patrimonio” indiscusso del rugby rodigino – vanta anche un trascorso negli All Blacks – è nato a Hastings, in Nuova Zelanda, l’1 marzo 1973.
Pilone sinistro (numero 3), ha militato con Otago, Southland e Wellington, con le franchigie Highlanders e Hurricanes, e in Europa con Newcastle (Inghilterra), El Salvador (Spagna) e Gubbio (Italia) oltre ad aver collezionato 8 caps con la maglia nera della squadra nazionale più famosa al mondo. Da allenatore, invece, per lui due scudetti: uno in Spagna a Valladolid e uno, il più celebre (2016), proprio con quel Rovigo che inseguiva il suo dodicesimo titolo tricolore da un quarto di secolo; in Monti è al via della sua sesta stagione.
Sposato con la rodigina Alice, due figli: Brando e Jermaine Ainsley, pilone dei Melbourne Rising, di nazionalità australiana (che ha all’attivo presenze in campo con i Wallabies).
Quale ruolo può e deve avere secondo te la Monti nel panorama rugbistico rodigino?
“È il punto di riferimento per tanti bambini e ragazzi. Qui c’è il futuro del nostro rugby, aver cura dei giovani e della loro crescita e maturazione sportiva come uomini e atleti è estremamente importante”.
Quale il tuo sogno nel cassetto?
“Vedere la maggior parte di chi viene da noi, arrivare poi in prima squadra. È la soddisfazione più grande, perché se loro ce la fanno, allora anche tutti noi che lavoriamo a questo progetto e ci crediamo con forza, ce l’abbiamo fatta”.
Il momento più bello della tua carriera di giocatore.
“La prima partita con gli All Blacks: 2002, contro l’Italia, ho fatto anche una meta…”.
E da allenatore?
“Facile: vincere lo scudetto con il Rovigo al Battaglini dopo 26 anni di rincorsa. Bellissimo…”.
Com’è “scoppiato” il tuo amore e la passione per Rovigo?
“Qui ho conosciuto Alice, qui è nato mio figlio Brando e poi da queste parti il rugby è una cosa seria, più che una semplice passione…”.
Una cosa che ti piace e una che non ti piace di questa città.
“Oltre al rugby mi piace la vita a misura d’uomo, semplice, tutti si conoscono. Cosa non mi piacciono? Le buche…” (ride).
Cosa si può o potrebbe fare di più per il rugby italiano? Parliamo sempre di giovani. 
“Credo serva un progetto di ampio respiro, non di uno o due anni, ma di almeno tre o più (anni), capace magari di coinvolgere anche la scuola e l’insegnamento dei bambini e dei ragazzi: in Nuova Zelanda questo già succede e i risultati si vedono. Più in generale servirebbero maggior collaborazione e nuove idee: non bisogna aver paura di sperimentare, mai”.
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